Gino Pantaleone : “Servi disobbedienti” o la forza della verità

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Ben ch’io sappia che obblio

preme chi troppo all’età propria increbbe”

(G. Leopardi, La ginestra)

Affrontare due giganti della storia e della cultura siciliane del XX secolo, come Leonardo Sciascia e Michele Pantaleone, con l’acribia, la competenza, la documentazione e la partecipazione affettiva dimostrate da Gino Pantaleone è un merito non da poco e fortemente da lodare.

Il suo ultimo libro, “Servi disobbedienti” (Dario Flaccovio Editore), titolo che rimanda alla magnifica espressione usata da Fabrizio De André nella sua “Smisurata preghiera”, vive all’insegna di una bellissima frase di Michele Pantaleone, secondo cui “chi intende cavalcare la tigre dovrà tenere presente che potrà essere dissanguato dalle pulci”.

Sciascia e Pantaleone, infatti, furono i pionieri di una lotta alla mafia che partisse da un’analisi antropologica e politico-economica, in un’epoca (Il giorno della civetta, del primo è del 1961; Mafia e politica, del secondo, del 1962) in cui la mafia “non esisteva” o era considerata, e combattuta, solo come una qualsiasi attività criminale. E per questo, per il loro essere “servi disobbedienti”, pagarono lo scotto che in Italia si riserva a chi è troppo avanti nelle idee e restio ad accettare le “leggi del branco”: furono infatti calunniati (anche post mortem) ed isolati nella loro comune sete di verità e di giustizia.

Il libro, documentatissimo ed appassionante, prende in esame due secoli di storia criminale, dalla fine dell’Ottocento alla creazione della commissione Antimafia, attraverso il fascismo, due guerre mondiali e quel dopoguerra che vide risorgere il fenomeno della mafia. E tuttavia non è solo una storia della mafia, ma una storia di come ci si sia rapportati ad un fenomeno prima negato, poi sottovalutato o opportunisticamente “cavalcato” (bellissime, ad esempio, le pagine dedicate al “milazzismo” ed al “giornale L’Ora”) e solo negli anni ’90 affrontato in modo diretto da alcuni eroici magistrati come Falcone e Borsellino (ma non solo da loro due).

Gino Pantaleone, con una disamina lucida ma anche ricca di pathos, ci restituisce, intere ed integre, due grandi figure di Siciliani autentici oggi quasi dimenticati. E se questo è già un merito, per il tentativo (riuscito) di ridare credibilità e valore a chi lottò contro la mafia con coraggio e coerenza, lo diventa anche di più perché offre la speranza di un riscatto della Sicilia onesta alle nuove generazioni.

E l’onestà non può prescindere mai dalla memoria.

Francesco Scrima

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