L'Europa si ritrova attraversata, ancora una volta, da un'ondata di rabbia e inquietudini sociali che denunciano a gran voce un continente in cui le sperequazioni stanno esasperando la popolazione.
A Madrid, la drammatica vicenda della ottantasettenne Maricarmen Abascal, sfrattata dalla sua abitazione nel quartiere Retiro (dopo oltre settant'anni) a causa dell’aumento insostenibile degli affitti, è diventata l'emblema di una crisi abitativa senza precedenti che spinge centinaia di migliaia di cittadini a scendere in piazza contro la speculazione immobiliare e gli affitti impazziti a causa della turistificazione selvaggia.
Parallelamente, in Francia la protesta giovanile e studentesca è tornata a dominare i licei e le università a Parigi, Marsiglia e Nantes, denunciando le vetuste condizioni delle strutture scolastiche, l'aumento del costo della vita per gli studenti e la crescente precarietà che minaccia il futuro delle nuove generazioni.
La tensione sociale attraversa il continente fino ad accendere vivi focolai in Italia e in particolare in Sicilia e nel Mezzogiorno, dove l'impatto del caro carburante sta letteralmente mettendo in ginocchio i settori produttivi primari e le economie familiari. Così, mentre in Calabria i trattori degli agricoltori presidiano le strade contro i costi vertiginosi del gasolio agricolo e dei concimi, nei porti siciliani come Mazara del Vallo e Porto Empedocle i pescatori hanno deciso di incrociare le braccia e bloccare le imbarcazioni, poiché il costo del carburante rende ogni uscita in mare economicamente fallimentare.
A questo clima di diffuso malcontento sociale ed economico si intreccia infine la risposta politica e morale della piazza alle crisi internazionali, con manifestazioni che attraverseranno le principali capitali europee e le cittĂ italiane (tra cui Palermo domani 2 ottobre) per denunciare la tragedia umanitaria a Gaza.
Di fronte a queste proteste e a un quadro strutturale in cui il patto sociale appare visibilmente incrinato, queste mobilitazioni richiamano alla mente la lezione del filosofo empirista John Locke sul "diritto alla resistenza": quando le istituzioni cessano di garantire la tutela dei diritti fondamentali, della dignità e della sussistenza economica dei cittadini, il contratto sociale perde la sua validità e la ribellione non è più una semplice trasgressione, ma un atto di legittima autodifesa e una necessità storica per ripristinare la giustizia perduta.
Per chi scrive, è bene precisare, che l’unica via percorribile della lotta politica e della ribellione è quella della nonviolenza, quella tracciata da Gandhi e sostenuta da pensatori come Lev Tolstoj, Henry David Thoreau, Gustav Landauer, i quali hanno dimostrato che la vera rivoluzione non si misura con la violenza, ma con la capacità morale di opporre una resistenza pacifica e coerente alle ingiustizie del potere.
Vincenzo Tumminello