Fuga dalla sanità pubblica: tra condizioni insostenibili e la difesa di una missione

La sanità pubblica italiana sta affrontando un problema molto grave: secondo i recenti dati elaborati dal sindacato Anaao Assomed su rilevazioni del Ministero dell'Economia, ogni anno circa tremila medici decidono di dimettersi dal servizio pubblico. 

In diverse regioni, tra cui Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna, gli operatori sanitari che lasciano il lavoro per decisione personale hanno persino superato quelle che vanno in pensione per raggiunti limiti di età.

A spingere verso questa scelta sembrano essere le condizioni lavorative diventate insostenibili per via di orari sfinenti, stipendi mediamente più bassi rispetto agli standard europei, un carico burocratico opprimente, uno stress continuo e il rischio crescente di subire aggressioni nei reparti e nei pronto soccorso. 

A licenziarsi non sono i professionisti vicini alla pensione, ma specialisti con un'età media di circa 48 anni, ossia nel pieno della propria maturità professionale e clinica, che scelgono di passare alle cliniche private, di lavorare in proprio o di trasferirsi all'estero. Per ogni cento nuove assunzioni negli ospedali si contano infatti oltre quaranta dimissioni volontarie.

La situazione risulta ancora più complessa nel Mezzogiorno e in regioni come Calabria, Molise, Basilicata e Sicilia, dove anni di blocco del turnover e difficoltà di bilancio hanno ridotto all'osso l'organico, rendendo difficile coprire i posti vuoti e trattenere il personale esperto. 

Per fermare questa fuga e tutelare il diritto alla salute dei cittadini, i rappresentanti dei medici chiedono a Governo e Regioni interventi urgenti per sbloccare le assunzioni, adeguare le retribuzioni, garantire maggiore sicurezza negli ospedali e tutelare legalmente il lavoro di chi opera quotidianamente in corsia.

Accanto alle necessarie e improrogabili riforme strutturali ed economiche, emerge tuttavia una riflessione profonda sulla natura stessa della professione medica che ha in sé (o dovrebbe avere) i tratti di una autentica missione sociale fondata sul principio universale della tutela della salute.

Rivendicare con forza e determinazione stipendi adeguati, carichi di lavoro sostenibili, maggiori fondi per la sanità e una tutela rigorosa non è solo un diritto dei medici, ma un dovere nei confronti dell'intero Paese. È una battaglia di civiltà che va condotta attraverso tutti i canali possibili di rivendicazioni.

Tuttavia, di fronte alla sofferenza dei pazienti e al rischio di veder crollare un patrimonio di equità sociale unico, dovrebbe nascere un incontenibile richiamo alla tenuta etica della professione. Il settore privato (alimentato da risorse pubbliche e in grado di offrire ritmi più umani e compensi più allettanti) rappresenta una scorciatoia anche comprensibile, ma rischia di impoverire proprio quelle corsie dove la necessità è più acuta. In questo momento critico, la scelta di stringere i denti nei reparti del Servizio Sanitario Nazionale assume il valore inestimabile di lotta!

Tornano alla mente le parole di Gino Strada, medico fondatore di Emergency: “Le  risorse ci sarebbero, e in abbondanza: basterebbe eliminare i fondi destinati al privato dal budget della sanità pubblica.” Agli studenti di medicina dell'Università di Napoli disse: “Se io diventassi ministro della Salute farei tre cose: basta convenzioni con il privato, quelle in atto a scadenza non le rinnoverei, rivisiterei quelle in essere e se non portano beneficio alle persone, si annullano". 

E ancora il microbiologo e divulgatore scientifico Andrea Crisanti ha sostenuto: “È arrivato il momento di iniziare a nazionalizzare la sanità privata convenzionata. L’Italia è uno dei Paesi con la spesa sanitaria privata più elevata al mondo. Questo perché il nostro Paese è un vero e proprio paradiso per le strutture private e convenzionate. In Italia, infatti, i privati beneficiano di diversi irragionevoli vantaggi a danno del contribuente. Anzitutto, si appoggiano alle infrastrutture pubbliche per effettuare in sicurezza interventi chirurgici, ambulatoriali, o di assistenza al parto senza sostenerne i costi. Inoltre, possono scegliere le prestazioni da erogare e, dunque, di concentrarsi solo sugli interventi che presentano un margine di profitto più elevato. Come se non bastasse, ogni anno si vedono rinnovato automaticamente dalle Regioni l’impegno di spesa, senza gara ed in continuità con l’anno precedente. Questo significa che il nostro Paese, di fatto, ha eliminato il rischio di impresa per per le strutture convenzionate.  Questa situazione non è più tollerabile: è urgente invertire la tendenza alla privatizzazione della sanità italiana prima che incida ancora di più sulla vita dei cittadini.  Le soluzioni ci sono: è necessaria una decisa e progressiva riduzione del rilascio di nuove convenzioni ai privati e la nazionalizzazione delle strutture private convenzionate di interesse strategico che non sopravvivrebbero senza il supporto delle convenzioni.”

Ecco dunque le reali soluzioni per frenare la fuga dei medici dalle corsie degli ospedali pubblici.

Vincenzo Tumminello