Il paradosso del riciclo della plastica

La filiera del riciclo della plastica in Italia sta vivendo un momento di forte difficoltà che rischia di bloccare la raccolta differenziata nei Comuni. Nel primo semestre del 2026 la quantità di imballaggi raccolti dai cittadini è aumentata, sfiorando un milione di tonnellate, ma circa un quarto di questa plastica non trova acquirenti e rimane accumulata nei piazzali dei centri di selezione. 

Tra le aree più esposte al pericolo di un blocco degli impianti che trattano la plastica spicca la Sicilia: come evidenziato nelle comunicazioni ufficiali inviate dal consorzio nazionale Corepla alle istituzioni, l'isola è stata segnalata tra i territori a maggior rischio di interruzione della raccolta differenziata insieme alle Marche, Sardegna, Lazio e Puglia.

In Sicilia la situazione è particolarmente delicata. Secondo i dati del Dossier Comuni Ricicloni elaborato da Legambiente Sicilia, dopo anni di forte crescita che avevano portato la raccolta differenziata dal 29,5% del 2018 al 55,2% del 2023, la progressione ha registrato una brusca frenata, con un aumento di appena lo 0,67%. A questo rallentamento si aggiunge il fatto che la Sicilia non dispone di impianti sufficienti per il riciclo finale della plastica ed è costretta a trasferire i materiali lavorati fuori dall'isola via nave. Come sottolineato nei report e nelle deliberazioni della Conferenza delle Regioni, quando i ritiri da parte dei consorzi subiscono ritardi, i costi di stoccaggio temporaneo e di trasporto marittimo aumentano notevolmente, mettendo in grave affanno finanziario i Comuni e i gestori locali.

La causa principale di questo blocco nazionale è da individuare nelle contraddizioni dell’economia globale: acquistare la plastica vergine o riciclata prodotta fuori dall'Unione Europea costa molto meno rispetto a quella lavorata in Italia. Come riportato dalle analisi di mercato pubblicate dalla rivista Materia Rinnovabile, il PET vergine importato dall'Asia o dall'Egitto ha un prezzo di circa 750 euro a tonnellata, mentre quello riciclato dagli impianti italiani costa tra i 1.200 e i 1.300 euro. Le industrie preferiscono quindi comprare la materia prima estera più economica, facendo accumulare tonnellate di rifiuti nei depositi italiani, aumentando i costi di gestione, il pericolo di incendi e il rischio che la plastica differenziata finisca negli inceneritori anziché essere riciclata.

Per evitare il collasso del settore, come confermato dai documenti diffusi dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, le amministrazioni regionali hanno approvato all'unanimità un piano indirizzato al Ministero dell'Ambiente. Tra le richieste urgenti figurano l'obbligo di tempi certi per il ritiro del materiale dai piazzali, un piano nazionale per svuotare i depositi a carico del sistema consortile e una clausola specifica per le isole come la Sicilia e la Sardegna, con sostegni economici dedicati a coprire i costi dei trasporti via mare.

Trovare una soluzione immediata a questa paralisi è un imperativo ecologico non più rimandabile. Sbloccare i centri di stoccaggio e rendere sostenibile il riciclo finale non è solo una scelta di politica industriale, ma il requisito minimo per tutelare la salute pubblica e garantire un futuro al nostro territorio. 

Vincenzo Tumminello