Inattività e analfabetismo in Sicilia: il prezzo da pagare

In Sicilia l'inattività giovanile rappresenta un'emergenza alquanto grave.

Secondo gli ultimi dati forniti dall'Istat e dal Laboratorio Dedalo, aggiornati al 2026, il 27,5% dei giovani tra i 15 e i 34 anni rientra nella categoria dei NEET, acronimo inglese che indica i giovani fuori da ogni percorso di studio, lavoro o formazione professionale. 

Si tratta di un valore che supera di quasi 12 punti la media nazionale (del 15,6%) e di oltre 15 punti quella europea (del 12%). Il fenomeno tocca i vertici più alti nei grandi centri urbani come Catania, con il 35,4%, e Palermo, con il 32,4%. A questo triste quadro si somma inoltre un tasso di dispersione scolastica superiore al 23%, una cifra che corrisponde a circa il doppio della media italiana.

Questi dati potrebbero essere commentati con aspra ironia, quella tipica, ad esempio, dei monologhi del comico gelese Giovanni Cacioppo sul rapporto dei siciliani con il lavoro, sul fatto che per noi isolani trovare un’occupazione equivale a una punizione: “Se sono nato in un posto dove viene la gente in vacanza da tutto il mondo, perché io che ci sono nato devo lavorare? Per lavorare ci vuole un posto brutto, dove non c'è niente da fare. La Pianura Padana è perfetta. Ti svegli la mattina e c’è la nebbia, non si vede nulla. Va via la nebbia e non c’è nulla lo stesso. Allora dici: vabbè, vado a lavorare, almeno ammazzo il tempo”.

Si potrebbe ironizzare su questi dati, dunque, perché l’ironia crea un cortocircuito unico, svela le contraddizioni, fa riflettere. Ma se pensiamo alle parole di Camilleri, pronunciate in occasione di un’intervista già a metà degli anni 2000, possiamo andare ancora più a fondo, possiamo rischiare di cogliere la radice autentica del problema. 

Lo scrittore empedoclino citando uno studio accurato condotto dal Professor Tullio De Mauro aveva affermato: “In Italia due milioni di abitanti sono analfabeti totali, tredici milioni sono semi analfabeti (sanno fare la loro firma ma non capiscono ciò che leggono) e altri tredici milioni sono analfabeti di riporto (hanno perso l’uso della scrittura e della lettura). Quindi abbiamo ventotto milioni di italiani analfabeti su cinquantadue milioni. Il problema è quando questi analfabeti si recano a votare. Su cosa infatti hanno basato le loro convinzioni?” L’ignoranza, l’inattività e il disinteresse sono dunque funzionali, secondo Camilleri, al potere, che avrà così gioco facile nel convincere e abbindolare.

Del resto l’aveva affermato già Platone ne La Repubblica: “Il prezzo che le persone dabbene pagano per la loro indifferenza alla cosa pubblica è quello di essere governate da uomini malvagi” 

Vincenzo Tumminello