Tra la fine del 2025 e il luglio del 2026, i corridoi del reparto Est della casa circondariale “Antonio Lorusso” Pagliarelli di Palermo si sono trasformati in uno spazio creativo grazie a un percorso artistico promosso dall’associazione Solaris.
Sotto la guida dell’architetto Fanny Migliore e della professoressa Isabella Terruso, quattordici detenuti hanno lavorato per diversi mesi al progetto intitolato “Dipingere la libertà”. L’iniziativa ha preso il via con una fase preliminare di studio e ideazione, per poi entrare nel vivo con le esercitazioni pratiche svolte tra maggio e la metà di luglio del 2026.
Attraverso questo percorso, i partecipanti sono stati coinvolti nella scelta dei temi, trasformando la pittura in un linguaggio con cui esprimere emozioni, nostalgie e desideri. Le pareti del settore Est hanno così accolto quattordici grandi murales che raffigurano la luna, i pianeti, il mare, i tramonti, il crepuscolo e il mondo dei sogni, evocando orizzonti lontani dalla rigidità e dall’innaturalezza della vita carceraria.
L’idea di fondo dei partecipanti e dei conduttori del progetto è stata quella di mettere del tutto da parte i reati commessi e il peso del giudizio per concentrarsi esclusivamente sulla relazione, sullo scambio di idee e sulla forza espressiva dell’arte pittorica.
Questa parentesi di creatività e condivisione all’interno del Pagliarelli assume, però, un valore particolarmente difficile da interpretare se accostata alla fotografia delle carceri scattata dall’Associazione Antigone nel suo rapporto di metà anno pubblicato il 5 agosto 2026, che descrive una realtà nazionale segnata da gravissime sofferenze quotidiane.
A fine luglio 2026, nelle carceri italiane vivevano quasi sessantacinquemila persone a fronte di circa quarantamila posti davvero utilizzabili: in pratica, per ogni cento posti disponibili ci sono circa centoquarantasei detenuti.
In alcune regioni la situazione è persino più difficile, come in Puglia dove le presenze superano dell’ottanta per cento la capienza normale, o in singoli istituti come San Vittore a Milano e Lucca, dove i reclusi sono più del doppio di quanti dovrebbero essere. Monitorando le strutture nell'ultimo anno, Antigone ha notato che in più di quattro celle su dieci lo spazio a disposizione per muoversi è inferiore ai tre metri quadrati a persona.
Durante la bella stagione, la quotidianità tra le sbarre diventa ancora più gravosa. Più di sei detenuti su dieci trascorrono quasi tutta la giornata chiusi all'interno di celle che spesso superano i quaranta gradi, senza impianti di ventilazione o possibilità di acquistare un ventilatore per chi non ha risorse economiche e con il divieto (introdotto dalle nuove direttive del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ad aprile 2026) di tenere piccoli frigoriferi in cella per avere acqua fresca la notte. A ciò si sommano frequenti interruzioni della rete idrica, problemi igienici come le infestazioni di cimici e la generale sospensione estiva delle scuole e dei laboratori di volontariato, che lascia le persone immerse nell'apatia.
La sofferenza psicologica raggiunge vette drammatiche: nei primi sette mesi del 2026 si sono tolti la vita trentotto detenuti e si registrano in media più di ventisei atti di autolesionismo ogni cento persone. Sebbene quasi un detenuto su dieci soffra di gravi disturbi psichiatrici, le ore di assistenza con specialisti restano pochissime, al punto che circa un quinto dei reclusi assume regolarmente farmaci per l'umore o antipsicotici e quasi la metà fa uso di sedativi.
Il contrasto tra l'esperienza artistica di Palermo e il quadro penitenziario italiano richiama inevitabilmente le intuizioni di Michel Foucault contenute in “Sorvegliare e punire”. Foucault mostrava come la prigione moderna sia nata non soltanto per privare una persona della libertà, ma per esercitare un controllo totale sui corpi, sulle abitudini e sui tempi. Infatti, quando la struttura penitenziaria si riduce quasi esclusivamente a mero contenitore sovraffollato, la funzione correttiva naufraga nella pura sofferenza e nella mortificazioni dei corpi.
I quattordici murales del Pagliarelli rappresentano una piccola ma significativa speranza: quella di restituire ai detenuti la possibilità di scegliere (un colore), di immaginare (un paesaggio) e di raffigurare un sogno. Insomma un piccolissimo spazio e tempo per riaffermare la propria soggettività e la propria intima dignità.
Vincenzo Tumminello