Le rivolte esplose al carcere Cavadonna di Siracusa — con la protesta più grave scoppiata venerdì scorso e culminata con l'occupazione dei tetti, il ferimento di undici agenti di polizia penitenziaria e reiterati episodi di violenza — non rappresentano un'anomalia isolata, bensì il sintomo conclamato di un sistema penitenziario sull'orlo del fallimento strutturale.
La conferma del carattere sistemico di questa crisi arriva anche dagli istituti minorili: appena pochi giorni fa, il 24 agosto, il carcere per minori Malaspina di Palermo è stato teatro di un grave incendio appiccato all'interno delle celle e dell'aggressione a due agenti, evento che ha portato al soccorso di nove persone per intossicazione, al trasferimento di quattro detenuti e al cambio al vertice della direzione dell'istituto.
La cronaca degli ultimi giorni restituisce la fotografia di strutture in pesanti crisi. Al Cavadonna si registrano proteste violente, scioperi della fame, si denunciano ambienti fatiscenti, celle prive di acqua calda e un'assistenza psichiatrica inadeguata. Tra il sovraffollamento siracusano e la carenza organica della Polizia Penitenziaria, l'intero circuito dimostra come la risposta meramente punitiva e reclusiva abbia raggiunto il proprio punto di rottura.
Per disinnescare questa bomba ad orologeria sembra evidente che non bastano gli interventi di manutenzione, i cambi ai vertici o l'aumento delle misure disciplinari. Una possibile via d'uscita concreta risiede in un cambio di paradigma normativo e culturale: la de-carcerizzazione e la creazione di pene alternative al carcere.
Appare necessario ridurre la pressione sugli istituti attraverso un maggiore e ampio ricorso alla detenzione domiciliare, all'affidamento in prova ai servizi sociali e al lavoro di pubblica utilità per le pene brevi o residue per i reati minori. Occorre inoltre gestire la salute mentale fuori dalle celle, trasferendo i detenuti con patologie psichiatriche gravi dal circuito carcerario ordinario a strutture di cura adeguate e REMS (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza), garantendo un'assistenza medica e psicologica più efficiente e efficace. Infine, servono investimenti nella giustizia riparativa, sia per gli adulti sia per i minori, per promuovere percorsi di reinserimento sociale e riparazione del danno che spezzino la recidiva e restituiscano la pena alla sua funzione costituzionale di rieducazione, anziché di mera custodia contenitiva.
Senza una serie progettualità politica volta a ideare e incentivare misure alternative alla detenzione in carcere, episodi come quelli di Siracusa e Palermo rischiano di diventare frequenti all’interno di un sistema incapace di garantire sia la sicurezza degli operatori sia la dignità dei detenuti.
Vincenzo Tumminello