Furto capolavori di Antonello da Messina. Nessuno si senta esente da responsabilità

Riceviamo e pubblichiamo comunicato da parte di Michele D’Amico e Simone Romano, dirigenti sindacali Cobas Codir.

"Abbiamo aspettato qualche giorno prima di scrivere sul recente furto dei capolavori di Antonello da Messina rubati al Museo Interdisciplinare Regionale di Messina. Un furto che addolora tutti noi più di quanto si possa immaginare. Per chi, poi, ha dedicato ben 37 anni al mondo dei beni culturali siciliani tale furto è una ferita che si potrà rimarginare solo e soltanto nel momento in cui la “Bellezza”, derubata a tutti noi, ai nostri figli, alle future generazioni di qualunque nazione, non torni all’interno del Museo Zancleo.

Se pensiamo, però, che tutto si possa relegare ai minuti sui quali il personale di guardia, purtroppo, non si è accorto di quanto stava accadendo, ci si sbaglia e anche di tanto. Nessuno è esente da responsabilità più o meno oggettive, più o meno visibili, nessuno, e quando scrivo nessuno mi riferisco ai vari governi regionali che si sono succeduti dal 2015 ad oggi e quindi ai governi regionali di tutto l’arco costituzionale di centro sinistra e di centro destra che avrebbero dovuto dettare ben altri indirizzi politici rispetto a ciò che è stato fatto.

L’unica certezza è che la politica preposta al ramo dei beni culturali non ha messo in campo alcuna strategia volta al potenziamento della tutela e della vigilanza sui beni culturali siciliani, limitandosi a ridurre invece la macchina organizzativa in modo inversamente proporzionale alla crescita dell’offerta di beni e siti offerti in fruizione al pubblico.

Ma andiamo con ordine.

Con Decreto Presidenziale 14 giugno 2016, n. 12, il governo regionale pro-tempore avviava la rimodulazione degli assetti organizzativi dei Dipartimenti regionali ai sensi dell’articolo 49, comma 1, della legge regionale 7 maggio 2015, n. 9. Il Dipartimento Beni Culturali riorganizzava i propri uffici e le tre riorganizzazioni che seguirono, quella del 2016, 2019 e del 2022 hanno avuto un comune denominatore: la diminuzione di posti di lavoro nel comparto della dirigenza e una colpevole assenza sulle politiche del personale regionale quando questo iniziava a diminuire drasticamente.

L’attuale Presidente della Regione, con delibera di giunta del governo regionale n. 392 del 17 dicembre 2025, ha proposto, agendo sulla stessa falsa riga dei governi precedenti, una riorganizzazione dell’intera macchina amministrativa regionale in cui si prevede un taglio del 33% tra aree, servizi e unità di staff e unità operative. La medesima proposta prevede una diminuzione complessiva di 273 strutture intermedie degli attuali 30 dipartimenti regionali. Per il dipartimento beni culturali la proposta prevede il “taglio” di 56 postazioni dirigenziali. Abbiamo capito bene, ben 56 postazioni dirigenziali.

Tutte le proposte governative degli assetti organizzativi dipartimentali, per un verso, hanno condiviso l’indiscriminata eliminazione di unità operative, senza riuscire a snellire procedure che rimangono molto complesse, stante l’andamento dei percorsi tecnici e amministrativi di competenza e hanno finito, dall’altro, con il sovraccaricare e concentrare su un, sempre più, ridotto numero di dirigenti e di personale non dirigenziale, la gestione di provvedimenti di cui si è mantenuta inalterata la complessità e la tempistica istruttoria, quando non la si è ulteriormente sovraccaricata di nuovi e più articolati percorsi, molti dei quali legati alle sempre più stringenti norme dettate dai principi della trasparenza amministrativa e in applicazione di percorsi amministrativi, tecnici e contabili resi sempre più complessi dall’applicazione, ad esempio ma non solo, del decreto legislativo 23 giugno 2011 n. 118, oppure dal codice dei contratti.

Le proposte governative di riorganizzazione del dipartimento beni culturali, che si sono succedute nel corso dell’ultimo decennio, hanno seguito la stessa sorte di altri dipartimenti regionali e, anche se apparentemente avrebbero potuto tradursi, in linea teorica, per l’Amministrazione regionale in un risparmio di spesa, le medesime proposte non solo hanno portato persino alla innaturale commistione di materie e competenze all’interno di unità operative di soprintendenze e in alcuniparchi archeologici, depotenziando di fatto la loro azione sul territorio, ma non hanno risolto e continuano a non risolvere gli innumerevoli problemi di cui soffre da troppo tempo il settore dei beni culturali in Sicilia.

Problemi ben noti agli addetti ai lavori e ne citiamo solo alcuni a titolo esemplificativo e sui quali i vertici politici e il dirigente generale avrebbero il dovere di elencare le azioni poste in essere in questi anni per la tutela, la vigilanza e la fruizione dei beni culturali in Sicilia: dotazione di sistemi di impianti di sicurezza moderni, programma di ammodernamento tecnologico dei siti culturali; impianti di climatizzazione; dotazione di servizi igienici destinati al pubblico che siano degni di questa definizione, in linea con gli standard museali europei; formazione di tutto il personale volto a migliorare la qualità della risposta che il sistema dei beni culturali è tenuto a dare alla collettività.

Il depauperamento delle figure dirigenziali e del comparto, unito alla mancata volontà dei vari governi regionali di non sopperirne gli effetti negativi, oltre a causare, come detto, il sovraccarico gestionale per complessità e tempistica dei procedimenti, ha avuto e avrà, sempre più in futuro, un risvolto negativo nella risposta che l’amministrazione dipartimentale è tenuta a dare al cittadino e particolarmente alle imprese che viaggiano su percorsi diversi imposti dalle regole del mercato.

Una proposta di riorganizzazione del dipartimento beni culturali, al contrario, dovrebbe andare al di là della semplice organizzazione amministrativa di uffici. Dovrebbe essere infatti supportata da azioni coerenti con le reali esigenze in termini di personale necessario per fare funzionare una macchina tanto complessa quanto estesa. Qualunque rimodulazione organizzativa del dipartimento beni culturali dovrebbe affrontare necessariamente un problema principale, quello della carenza di personale, in virtù del fatto che l’attuale personale in servizio è figlio di concorsi espletati agli inizi degli anni ottanta e, pertanto, prossimo alla pensione.

Personale che costituisce la struttura portante nella redazione di atti amministrativi sostanziali per tutta la gestione del settore. A titolo di esempio si ricordano i soggetti impegnati nella gestione dei fondi europei, nei rilasci dei nulla osta previsti per le materie attribuite dalle vigenti norme di tutela dei beni culturali, nella riscossione delle sanzioni che scaturiscono da attività di tutela del territorio, nelle procedure amministrative e legali, nei servizi di vigilanza, custodia e sicurezza dei beni culturali senza i quali si rende, ad oggi, difficile la gestione al pubblico dei siti, senza dimenticare tutti coloro che si occupano di “manutenere” (nel senso più proprio del termine) l’immenso patrimonio bibliotecario e documentario di cui il dipartimento beni culturali dispone.

Come può essere possibile far funzionare una macchina come quella dei beni culturali scindendo gli aspetti organizzativi dagli aspetti del fabbisogno di personale e del numero adeguato per farla funzionare?

Chi scrive ha rassegnato per iscritto da un decennio a questa parte, a tutte le istituzioni competenti, quanto in questa sede sommariamente riportato ricevendo, in cambio, un assordante silenzio. La speranza, mai vana, che quanto accaduto al Museo Regionale Interdisciplinare di Messina possa insegnare qualcosa a chi è tenuto a prendere decisioni al fine di tutelare l’immenso patrimonio culturale che tante dominazioni hanno tramandato a noi comuni amanti della “Bellezza” e che tutto non si concluda nell’operazione superficiale e facilmente immaginabile di scaricare la responsabilità verso gli ultimi della catena operativa.

Michele D’Amico e Simone Romano, dirigenti sindacali Cobas Codir