Non è stato un semplice incontro istituzionale, ma una lezione di resistenza civile quella svoltasi oggi, 29 aprile, nel cuore del Borgo Vecchio, nella Chiesa di piazza della Pace. Il Procuratore Nino Di Matteo, magistrato palermitano che da anni vive sotto scorta a causa delle minacce di morte ricevute da Cosa Nostra e del suo impegno nei processi più delicati sulle stragi e sui rapporti Stato-mafia, è tornato tra i suoi ragazzi. Lo ha fatto in un rione spesso citato solo per fatti di cronaca nera, ma che oggi, come sottolineato dal parroco Padre Antonio Guglielmi, si è riscoperto protagonista silenzioso di solidarietà e riscatto.

Il tema centrale dell’incontro, Costituzione e Solidarietà, è stato il pretesto per analizzare le ferite aperte della nostra società. Di Matteo ha richiamato con forza l’Articolo 2 e il principio di solidarietà politica, economica e sociale, collegandolo tragicamente all'attualità nazionale e internazionale. Citando l’Articolo 11 (il ripudio della guerra), il Procuratore non ha usato mezzi termini: ‘L'Italia ripudia la guerra, ma siamo stati complici del massacro a Gaza”. Il discorso si è poi spostato sulla dignità del lavoro. Sicurezza, lotta al precariato e al lavoro nero non sono solo temi economici, ma pilastri costituzionali: “Il lavoro nero mortifica la dignità dell'uomo”. Uno dei momenti più intensi ha riguardato la memoria storica delle vittime di mafia. Di Matteo ha citato le parole agghiaccianti di Totò Riina ai suoi uomini: “Se non avessimo avuto rapporti con il potere politico, saremmo stati degli sciacalli e ci avrebbero schiacciato immediatamente”.
“In nessuna parte del mondo è accaduto ciò che è successo in Sicilia – ha spiegato il magistrato – ma questo è stato possibile solo grazie al rapporto mafia-potere. Bisogna scardinare questo legame.”
L'invito ai giovani è stato netto: leggere, studiare, approfondire. ‘Non abboccate a chi dice che la mafia è un problema risolto. Oggi Cosa Nostra preferisce il silenzio per riciclare fiumi di denaro della droga. Loro si arricchiscono, noi soffriamo”.
Secondo Di Matteo, la fine della mafia sognata da Giovanni Falcone è ancora lontana, per raggiungerla servono due binari paralleli: quello della politica che deve smettere di delegare alla magistratura. (Il Procuratore ha ricordato la relazione di minoranza antimafia del 1976 firmata da Pio La Torre e Cesare Terranova, un atto in cui la politica anticipava i giudici indicando la strada della lotta); quello culturale, il cambiamento, cioè, che deve partire dai banchi di scuola. “Dite no alla mentalità della raccomandazione, alla furbizia e all'arroganza. È su questi “falsi valori” che si fonda la mentalità mafiosa”. Con l'emozione di chi è profondamente legato alla propria terra, Di Matteo ha espresso preoccupazione per l'attuale clima cittadino: “Palermo sta facendo passi indietro rispetto al risveglio delle stragi del '92. Ci stiamo abituando alla povertà e all'ingiustizia”.
Ha poi ricordato che la forza di uno Stato non si misura dalla repressione o dalla limitazione delle libertà (come il diritto di manifestare o informare), ma dalla sua credibilità. Ha criticato, infine, chi oggi spinge per riforme costituzionali: “Il Paese non ha bisogno di cambiare la Carta, ma di metterla in pratica, di difenderla dagli attacchi di chi vuole svuotarla”. L'incontro è stato animato dalle domande degli studenti, che hanno mostrato una consapevolezza critica e una curiosità che fanno sperare in quel ‘cambiamento necessario” invocato dal magistrato. Di Matteo, che paga con la limitazione della propria libertà personale la scelta di servire lo Stato, ha lasciato ai giovani un messaggio finale contro la rassegnazione: “La rassegnazione non può esistere: è la morte civile”.
In un Borgo Vecchio gremito di giovani, la giornata si è conclusa con l'impegno di non restare indifferenti davanti ai soprusi, perché sconfiggere la mafia è, prima di tutto, un interesse di ogni cittadino libero.
Vincenzo Tumminello
Articolo pubblicato su https://quattrocanti.it/palermo-di-matteo-incontra-i-giovani-al-borgo-vecchio-la-costituzione-non-va-cambiata-va-applicata