C’era un tempo in cui la domenica era intoccabile e sacrosanta, un giorno senza il fiato dei “padroni” al collo, senza ritmi incalzanti e logoranti, senza la logica del “produci-consuma-crepa”.
Il settimo giorno della settimana i negozi restavano chiusi e le donne lavoratrici non erano costrette a lavorare nelle boutique per borghesi del centro storico o nei centri commerciali. Ci si sedeva tutti insieme a tavola per il pranzo e subito dopo, quando la propria squadra giocava in casa, si correva verso lo stadio oppure si partiva in treno o in auto per le trasferte. Bandiere fuori dai finestrini lungo le strade, cori intonati negli scompartimenti dei treni. Sfottò e abbracci. Era il momento in cui gli operai, lasciatisi alle spalle le fatiche di una settimana di duro lavoro in fabbrica o nei cantieri, salivano in Curva per tifare a squarciagola, ritrovare i propri amici, condividere gioia e asperità. Due curve contrapposte, una sfida di coreografie e di cori intonati da una parte e dall’altra del campo. Il calcio era la festa del popolo. Nel tardo pomeriggio si andava poi nelle balere dove, come cantava il Maestro Battiato, “si divertivano a ballare operai e cameriere”.
Oggi questi riti collettivi dal profondo significato antropologico sono stati perlopiù cancellati e le trasferte dei tifosi vengono costantemente limitate o vietate. I Prefetti per prevenire, sembrano, preferire vietare. Invece di gestire i potenziali disordini tra tifoserie, si elimina, così, la radice del problema vietando le trasferte. È una logica preventiva che porta con sé un’assurdità concettuale evidente se la si applica ad altri ambiti della vita quotidiana. Seguendo, infatti, (ironicamente..ma non troppo) questo stesso rigido ragionamento, in sanità si dovrebbe vietare direttamente il consumo di cibo per azzerare i casi di intossicazione alimentare, mentre nei trasporti si dovrebbero chiudere del tutto le autostrade e ritirare le patenti a chiunque per portare a zero il tasso di incidenti stradali. Per gestire la movida notturna basterebbe imporre il coprifuoco alle 19 per evitare risse fuori dai locali, così come nel commercio si potrebbero sigillare le casse dei supermercati e chiudere gli sportelli bancari per azzerare alla radice il rischio di rapine. Nelle scuole, infine, basterebbe cancellare gli esami per eliminare il fenomeno degli studenti che copiano. In questo caso, di certo, gli studenti sarebbero contenti….
L’assurdità sta proprio nel trasformare la tutela dell’ordine pubblico in una rinuncia.
I numeri dell’inizio di stagione parlano chiaro: tra Serie A, B, C e Coppa Italia si contano già circa 40 gare precluse ai sostenitori ospiti, oltre a una cinquantina di partite soggette a rigide restrizioni legate al possesso della tessera del tifoso. Un bilancio vertiginoso se si considera che il mese di settembre è soltanto agli inizi.
E così i sostenitori del Napoli hanno dovuto rinunciare alla trasferta di San Siro, quelli della Fiorentina residenti nel capoluogo toscano alla trasferta a Roma, i genoani non hanno potuto seguire la squadra contro la Lazio, i supporter della Sampdoria sono stati fermati per la gara con il Palermo e analoghi stop hanno colpito i romanisti a Lecce e i tifosi del Cerignola per il derby di Foggia.
La stretta rigorista, com’è noto, si è inasprita a seguito degli episodi della scorsa stagione, quando nel giro di due settimane si registrarono scontri sull’A1 prima tra romanisti e fiorentini, poi tra laziali e napoletani. Episodi palesemente inaccettabili, che nulla hanno a che vedere con lo sport e con la passione popolare. In quell’occasione il Ministero dell’Interno optò per una stangata generale, fermando le trasferte fino a fine campionato per le quattro tifoserie, e mantenendo da allora una linea d’inflessibilità condivisa con FIGC e leghe. Ma siamo sicuri che mantenere questa linea sia la strategia corretta? Sicuramente presenta diverse contraddizioni.
Dal punto di vista normativo, ad esempio, l’ordinamento non consente di vietare l’accesso negli stadi in base all’appartenenza calcistica, anche perché la fede sportiva non figura sui documenti d’identità (almeno fino ad oggi...). Le autorità aggirano l’ostacolo imponendo il divieto in base al luogo di residenza: una misura pensata per arginare i gruppi organizzati delle curve, ma che finisce per discriminare tutti in modo quasi grottesco. Per capire la contraddizione basta fare l’esempio di un sostenitore del Palermo. Se l’Autorità dispone il blocco della trasferta per i soli residenti nella provincia di Palermo, un tifoso rosanero nato e cresciuto nel capoluogo siciliano non potrà acquistare il biglietto per seguire la squadra in trasferta. Al contrario, un palermitano che da qualche mese risiede stabilmente a Roma o a Milano (o perfino in un comune limitrofo fuori provincia) potrà regolarmente comprare il tagliando ed entrare nel settore ospiti presentando il proprio documento d’identità, pur tifando per la medesima squadra.
Un chiaro cortocircuito burocratico se si pensa che un tifoso disposto a tutto pur di seguire la propria squadra potrebbe trovare amici, parenti o conoscenti disposti a concedere un appoggio anagrafico per spostare la propria residenza a Roma, in Lombardia o in qualsiasi altra provincia d’Italia lontana dalla propria città d’origine. Una sorta di “migrazione anagrafica di protesta” che garantirebbe l’accesso agli stadi di tutta Italia, a prescindere da quali siano le restrizioni imposte.
Il meccanismo mostra, insomma, evidenti falle sul piano delle libertà personali. Per fare un altro esempio, se le leggi consentono di inibire l’accesso a un impianto sportivo, non possono limitare la libertà di circolazione dei cittadini senza un provvedimento individualecome il Daspo. Emblematico è stato, a tal proposito, il caso dei tifosi di una nota squadra che, di fronte al rischio di blocco per una trasferta, avevano pensato di organizzare un tour culturale tra le chiese della città in cui si sarebbe dovuta giocare la partita. La provocazione di un tifoso, che chiedeva se convenisse davvero gestire cinquemila persone a zonzo per il centro storico piuttosto che dentro lo stadio, ha fatto scattare immediatamente l’allarme tra le autorità.
La strategia per garantire la legalità senza mortificare la passione popolare è quella che chiedono in molti: colpire i colpevoli invece di far pagare tutti indistintamente. Questo approccio invece punisce anche chi con i disordini non c’entra nulla, compresi i padri e le madri che vorrebbero semplicemente trasmettere l’amore per la propria squadra ai figli portandoli allo stadio in sicurezza.
Occorre inoltre superare lo stereotipo fuorviante che associa il mondo ultras solo ed esclusivamente alla violenza. Le curve italiane sono storicamente luoghi di profonda solidarietà, mutualismo, sostegno agli ultimi, aggregazione sociale e sani principi comunitari. Sarebbe ipocrita e stupido negare l’esistenza di violenti all’interno di questi gruppi, ma la soluzione risiede proprio nell’isolare, identificare e allontanare dal mondo del tifo questi singoli individui (come peraltro le norme già consentono di fare) salvaguardando così la stragrande maggioranza degli appassionati.
Vincenzo Tumminello