Palermo Pride 2026: una marea umana per “liberare il desiderio” e il solito teatrino della politica

Ieri, sabato 20 giugno, le strade del centro storico di Palermo sono tornate a riempirsi di colori, musica e vitalità. Con il motto “Liberiamo il desiderio!”, la quindicesima edizione del Palermo Pride ha dimostrato ancora una volta quanto il tessuto sociale del capoluogo siciliano sia accogliente e profondamente aperto, in netto contrasto con i tentennamenti e i veti ideologici che continuano a consumarsi dentro le stanze del potere locale e nazionale. Il raduno è iniziato alle ore 16:00 in via Roma (angolo via Vittorio Emanuele) per poi muoversi un’ora dopo. In testa al corteo, ad aprire la marcia un gruppo di ragazze in moto seguito da attivisti in carrozzina, a ribadire che la lotta per i diritti non lascia indietro nessuno. Le migliaia di partecipanti, con una foltissima presenza di famiglie con bambini e giovanissimi, hanno sfilato a ritmo di musica lungo via Roma, via Cavour, via Dante per giungere al grande parcheggio dei Cantieri Culturali alla Zisa. Qui, Celeste Siciliano ha condotto la serata strutturatasi tra “comizi” politici ufficiali delle associazioni e una travolgente line-up musicale, culminata nelle esibizioni delle madrine ufficiali di questa edizione: la band veneta Queen of Saba e, soprattutto, Giulia Mei. La cantautrice e pianista palermitana ha infiammato la piazza. Da sempre vicina alle battaglie sociali, l'artista ha espresso parole durissime ed emozionanti sulla necessità di "riappropriarsi dei corpi, del futuro e dello spazio pubblico in una Sicilia che merita di essere avamposto di libertà e non fanalino di coda dei diritti". La sua performance al pianoforte ha unito l'eleganza della canzone d'autore alla rabbia di chi chiede tutele reali per le famiglie omogenitoriali e una legge efficace contro l'omolesbobitransfobia. Mentre la piazza rispondeva con una partecipazione oceanica e pacifica, i palazzi della politica cittadina hanno offerto uno spettacolo triste e imbarazzante, arroccandosi sulla consueta e sterile polemica del “patrocinio sì, patrocinio no”. Il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, ha confermato la concessione del patrocinio gratuito del Comune, rilasciando dichiarazioni volte a smorzare i toni: "È una manifestazione alla quale ho sempre dato il patrocinio, sia quando da rettore cominciò questa tradizione e sia oggi da sindaco, nel rispetto delle posizioni, delle opinioni, soprattutto delle sensibilità di tutti." Tuttavia i fatti documentano una profonda frizione politica interna alla maggioranza di centrodestra. La discussione sul patrocinio ha riacceso i malumori storici delle forze più conservatrici della coalizione, con esponenti della destra che hanno preso le distanze dall'atto o ne hanno criticato la concessione. Questo dibattito, riproposto in modo identico anno dopo anno, evidenzia un distacco siderale: da un lato, una Palermo reale che scende in piazza, fa festa, fa prevenzione sanitaria e accoglie le differenze; dall'altro, una politica locale che vive la concessione del patrocinio alla manifestazione come un terreno di scontro ideologico e di equilibri di poltrona. Una "tristezza" politica e burocratica che non ha minimamente scalfito la marea umana che ieri ha “liberato il proprio desiderio” tra le strade di Palermo. Manifestazioni come il Pride ricordano con forza che la piena cittadinanza non può più dipendere da concessioni temporanee o da equilibrismi istituzionali. Esiste la necessità vitale e non più rimandabile di dare un giusto e pieno riconoscimento, sia legale che morale, alle differenze di genere. Il riconoscimento morale è quello che ieri la cittadinanza ha già ampiamente tributato tra le strade: l'abbattimento del pregiudizio, la legittimazione sociale dell'esistere, del volersi bene e del desiderare al di fuori di schemi rigidi e patriarcali. È la cultura del rispetto che si fa comunità. Tuttavia, il rispetto sociale rischia di rimanere un guscio vuoto se non viene riconosciuto dalle leggi. Finché la tutela contro le discriminazioni sarà legata a vuoti normativi o a battaglie interpretative nei tribunali, la democrazia e la nostra civiltà rimarranno monche. È triste constatare che il percorso da compiere appare ancora lungo e tortuoso se si pensa che avanzano con prepotenza sulla scena politica personaggi che affermano “Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione” Vincenzo Tumminello