Peppino Impastato, la voce libera che sfidò la mafia

Il 9 maggio 1978, a Cinisi, la mafia uccise Peppino Impastato, una delle figure più coraggiose dell’antimafia siciliana. Giornalista, militante e animatore culturale, Impastato aveva scelto di rompere apertamente con il contesto mafioso che segnava il suo paese e, in parte, anche la sua storia familiare. Nato a Cinisi il 5 gennaio 1948, Peppino crebbe infatti in un ambiente vicino a Cosa nostra, ma decise presto di prendere la strada opposta. La sua attività politica, sociale e giornalistica divenne uno strumento di denuncia continua contro il potere mafioso, contro le complicità e contro il clima di paura che dominava il territorio. La sua voce arrivò soprattutto attraverso Radio Aut, l’emittente libera fondata insieme ad alcuni amici, dalla quale Impastato attaccava frontalmente boss e sistemi di potere locali. Con ironia, lucidità e coraggio, denunciava gli affari e l’influenza criminale di Cosa nostra, colpendo in particolare la figura di Gaetano Badalamenti, potente capomafia di Cinisi. Proprio quelle denunce gli costarono la vita. Il suo corpo venne ritrovato lungo la linea ferroviaria Palermo-Trapani, dopo che i killer tentarono di far apparire l’omicidio come un gesto suicida. Per anni la verità venne ostacolata da depistaggi, letture distorte e ricostruzioni che non riconoscevano immediatamente la matrice mafiosa del delitto. Una svolta arrivò nel 1984, quando l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo riconobbe l’origine mafiosa dell’assassinio, sulla scorta del lavoro avviato da Rocco Chinnici, ucciso nel 1983, e proseguito da Antonino Caponnetto. In quella fase, tuttavia, il delitto fu ancora attribuito a responsabili ignoti. Solo molti anni dopo la giustizia individuò i colpevoli. Il 5 marzo 2001 Vito Palazzolo fu condannato a trent’anni di carcere come esecutore materiale dell’omicidio. L’11 aprile 2002, quasi ventiquattro anni dopo la morte di Peppino, Gaetano Badalamenti venne riconosciuto mandante del delitto e condannato all’ergastolo. La storia di Peppino Impastato resta ancora oggi il simbolo di una ribellione civile nata dentro un territorio difficile, ma capace di trasformarsi in memoria collettiva, impegno antimafia e richiesta permanente di verità. A ricordare la sua figura nel giorno dell’anniversario della sua morte è il sindaco di Palermo, Roberto La Galla: "Nel giorno in cui ricordiamo Peppino Impastato, credo sia importante farlo senza trasformare la sua storia in una formula celebrativa. Peppino Impastato è stato un uomo che ha avuto il coraggio di rompere il silenzio in una terra in cui parlare aveva un prezzo altissimo. Lo ha fatto con intelligenza, ironia e radicale libertà, scegliendo di denunciare apertamente il potere mafioso e le sue connivenze quando questo significava esporsi completamente. La mafia lo ha assassinato tentando non solo di spegnere una vita, ma anche di cancellarne la verità. Per troppo tempo si è provato a sporcare la sua memoria, a confondere i fatti, a delegittimare ciò che aveva rappresentato. Ed è proprio questo uno degli aspetti più attuali della sua vicenda: la consapevolezza che la battaglia contro la mafia passa anche dalla difesa della verità e della memoria. Nel giorno in cui ricordiamo l'omicidio per mano mafiosa del giornalista e attivista, sento il dovere di dire che ricordare Peppino Impastato non significa soltanto guardare al passato. Significa avere il coraggio di riconoscere che le mafie cambiano volto, si insinuano nelle fragilità sociali, economiche e culturali. Per questo, il suo esempio continua a parlare soprattutto ai più giovani. Peppino ci insegna che la libertà non è mai un fatto astratto: è una scelta concreta, quotidiana, che richiede responsabilità, coscienza critica e il rifiuto dell’indifferenza. Palermo continuerà a custodire la sua memoria non come un semplice esercizio di commemorazione, ma come un impegno civile verso una città più libera e più giusta". Giuseppe Gargano