Dall’Odissea al Maxiprocesso. A Favignana, presso l’ex Stabilimento Florio, si è svolta una serata dedicata alla memoria e alla legalità con l’ex procuratore capo di Palermo e già presidente del Senato.
Il potere dei Proci nell’Odissea e quello esercitato dalla mafia. Due mondi lontanissimi nel tempo, ma accomunati dalla stessa logica: appropriarsi di ciò che appartiene agli altri, sostituirsi all’autorità legittima e imporre con arroganza le proprie regole.
È attorno a questo parallelismo che si è sviluppato l’incontro con Pietro Grasso, ospite lunedì sera 17 agosto presso l’ex Stabilimento Florio di Favignana nell’ambito della rassegna letteraria “Odissee di ieri e di oggi”, organizzata dal Comune di Favignana.
Davanti al pubblico dell’isola, Grasso, già procuratore capo di Palermo e presidente del Senato, ha presentato “U Maxi”, il volume pubblicato da Feltrinelli nel quale ritorna a una delle pagine decisive della storia giudiziaria italiana: il Maxiprocesso contro Cosa nostra.
Una storia che, nelle parole e nei ricordi di Grasso, non appartiene soltanto al passato. Il racconto del grande processo celebrato nell’aula bunker di Palermo diventa infatti uno strumento per comprendere come sia stato possibile contrastare un'organizzazione che per decenni aveva costruito il proprio potere attraverso violenza, intimidazione, silenzio e controllo del territorio.
Da qui il legame scelto dalla rassegna con “I Proci”. Nel poema omerico, approfittando della lunga assenza di Ulisse, i pretendenti occupano la sua casa, consumano le sue ricchezze e tentano di impadronirsi di un'autorità che non appartiene loro. Un comportamento che trova un'impressionante corrispondenza nella logica mafiosa: anche Cosa nostra pretende di sostituire le proprie regole a quelle dello Stato, occupando spazi della società e condizionando la vita della collettività.
Il Maxiprocesso rappresentò, in questa prospettiva, una risposta a quella pretesa di dominio. Per la prima volta lo Stato riuscì ad affrontare in maniera organica la struttura di Cosa nostra, portando nell'aula bunker centinaia di imputati e mostrando che il potere mafioso, per quanto radicato e temuto, poteva essere sottoposto alla legge.
Grasso ha ripercorso quella stagione restituendone non soltanto la dimensione giudiziaria, ma anche quella umana. Dietro fascicoli, deposizioni e imputazioni emerge infatti una Sicilia attraversata dalla violenza mafiosa, ma allo stesso tempo capace di costruire una risposta. Magistrati, investigatori e rappresentanti delle istituzioni si trovarono davanti a un sistema che per lungo tempo aveva tratto forza anche dalla paura e dalla convinzione di essere intoccabile.
Ed è proprio uno degli aspetti più significativi della vicenda raccontata in “U Maxi”: il processo non fu semplicemente una lunga sequenza di udienze e condanne, ma contribuì a demolire l'idea dell'invincibilità di Cosa nostra.
Il confronto con l'Odissea ha così assunto durante la serata un significato profondamente civile. Come i Proci occupano la casa di Ulisse comportandosi da padroni, pur non avendone alcun diritto, la mafia tenta di impossessarsi di ciò che non è suo e di esercitare una sovranità abusiva. Entrambe rappresentano un potere parassitario, arrogante e ingiusto, che può prosperare soltanto finché nessuno riesce a contrastarlo.
Ma il tema dell'incontro è stato anche quello della memoria. Raccontare nuovamente il Maxiprocesso significa impedire che una delle stagioni più importanti della lotta alla mafia venga ridotta a poche immagini d'archivio o a nomi imparati sui libri. Significa soprattutto consegnarne quel significato alle generazioni che non hanno vissuto quegli anni.
Perché la lotta alla mafia non si esaurisce con l'arresto dei boss. È anche difesa delle istituzioni, rispetto delle regole e capacità di riconoscere quelle forme di sopraffazione che cercano di sostituire l'interesse di pochi ai diritti della comunità.
Al termine dell'incontro Pietro Grasso comunica ai presenti, inoltre, di avere dato vita alla Fondazione “Scintille di futuro”, idea nata da un fatto particolare: Grasso racconta infatti che una sera Giovanni Falcone decise di smettere di fumare e chiese all'amico/collega di custodire il suo accendino. Se in futuro ci avrebbe ripensato Grasso lo avrebbe restituito a Falcone. Ma la restituzione non avvenne mai perché Giovanni Falcone non riprese più a fumare. L'accendino fu quindi gelosamente custodito da Pietro Grasso, fra le cose più care, ed oggi ha dato lo spunto per fondare “Scintille di Futuro”.
A scandire la serata sono state inoltre anche le letture interpretate dall'attrice Stefania Orsola Garello, che hanno intrecciato la parola omerica con il racconto contemporaneo, rafforzando il filo conduttore scelto per l'appuntamento.
Nella cornice dell'ex Stabilimento Florio, il viaggio proposto da “Odissee di ieri e di oggi” ha così unito mito, storia e memoria civile. Dai Proci dell'antica Itaca ai boss rinchiusi nell'aula bunker di Palermo, al centro rimane la stessa questione: un potere fondato sulla sopraffazione può apparire forte e intoccabile, ma la sua sconfitta passa dalla capacità di una comunità e delle sue istituzioni di riaffermare il primato della giustizia.