La spesa a rate non è un’invenzione moderna: in Sicilia è da sempre un’economia di sopravvivenza

Negli ultimi mesi le grandi testate giornalistiche italiane si sono affannate a raccontare un fenomeno legato alla crisi economica: la spesa a rate.

Articoli come l’inchiesta pubblicata da La Repubblica dal titolo «A rate anche la spesa: Single e giovani coppie non ce la fanno più», oppure i servizi dedicati dalla stampa nazionale e dai magazine economici all’accordo tra catene della grande distribuzione e i sistemi di pagamento digitale (es. «Indebitarsi per il pane: a Roma è arrivata la spesa a rate») o i reportage sull’aumento dei prezzi, hanno trattato la notizia come una aberrazione moderna. Il “compra ora, paga dopo”, sdoganato per smartphone, vestiti o vacanze, si è fatto strada persino tra gli scaffali di pasta, latte e verdura, certificando così l'impoverimento della classe media e dei single schiacciati dall'inflazione.

Un vero e proprio "scoop" per il “giornalismo tradizionale". Eppure, basta spostare lo sguardo più a Sud, in Sicilia, per capire che questa "rivoluzione finanziaria" altro non è che la scoperta tardiva di una pratica molto antica.

Mentre i sociologi e gli editorialisti del Nord si interrogano sulla sostenibilità psicologica e finanziaria del pagamento in tre tranche senza interessi per un chilo di pomodori, in Sicilia la spesa a rate non è un'invenzione dei giganti dei servizi finanziari e bancari, ma un pilastro di sopravvivenza economica.

Prima che i colossi della grande distribuzione e i discount monopolizzassero il tessuto urbano, polverizzando le botteghe di quartiere, la spesa quotidiana si reggeva su un'istituzione sacra: il quadernetto del credito. Nelle strade di Palermo, Catania, Messina o nei paesi dell'entroterra, la massaia entrava nella bottega del salumiere o del fruttivendolo di fiducia sapendo di non poter saldare subito il conto. Non c'era bisogno di app digitali, codici QR o valutazioni del merito creditizio. Bastava la parola, un patto sociale fondato sul mutuo soccorso e sul riconoscimento della miseria. Il negoziante estraeva dalla tasca del grembiule il quadernetto e con una matita annotava la data, i beni acquistati e la cifra accumulata.

Oggi la grande stampa grida allo “scandalo” e descrive la rateizzazione del carrello come l'ultimo stadio della crisi economica. Ma la verità è che il meccanismo non è cambiato nella sostanza: è cambiata soltanto la regia. Là dove c'era il bottegaio del vicolo  (che conosceva le famiglie), oggi ci sono le multinazionali dei pagamenti rateali e le grandi catene commerciali. Il piccolo negozio di vicinato, custode di quel debito sociale e umano, è stato brutalmente annientato negli anni dai centri commerciali e dalla concorrenza spietata dei discount.

E così, la società contemporanea si ritrova a esultare o a scandalizzarsi per un'applicazione che digitalizza un bisogno antico. Quello che oggi viene spacciato per un servizio "smart" per le giovani coppie in difficoltà in Sicilia o, in generale, al Sud rappresenta la normalità di un’economia della sopravvivenza che non ha mai smesso di esistere. La sola differenza è che, nel passaggio dal quadernino al tasto "paga a rate" sullo smartphone, ci siamo lasciati alle spalle i rapporti umani, trasformando la povertà in un prodotto finanziario che genera guadagni….

…Ma a chi può mai interessare questo nostalgico romanticismo? Domenica tutti al centro commerciale a far compagnia alle commesse felici di lavorare anche la domenica! Apriamo una bella finanziaria o vediamo se troviamo qualcosa su Shein?

Vincenzo Tumminello